VOCI OFF

MUSICA ANTICA

La campagna d’estate… il vento caldo attraversa gli alberi, ne sospinge le foglie, ne piega i piccoli rami flessuosi, passa attraverso l’intricato mondo di spine e l’erba dei campi ondeggia…. questa è “musica”!
Il temporale si avvicina, nuvole nere si addensano all’orizzonte, un tuono… come il brontolare cupo di un grande animale ferito, il lampo… illumina per un attimo quelle nuvole grigie crepitando come un grosso falò nelle notti d’estate.
Il vento si è fatto più forte e porta con se’ suoni e profumi, un cane abbaia e una gallina strepitando dalla paura si rifugia nel pollaio chiamando a raccolta i suoi pulcini, rondini e passeri si affrettano al nido lanciando i loro richiami, le cicale proseguono il loro frinire, c’è nell’aria il profumo della terra bagnata e dell’erba come appena tagliata.
Scompiglia anche i miei capelli e sferza il mio viso ed io mi lascio andare ad occhi chiusi come ipnotizzata da quella musica e da tanta potenza primitiva, cadono le prime gocce, grosse sulla terra assetata, battono sulla terra, sulle foglie e su di me ed è come un fresco respiro, una doccia profumata, le prime gocce non ti bagnano ma ti dissetano.
La pioggia aumenta e diventa fragore, un ticchettio infinito di gocce veloci, accavallandosi l’una sull’altra, infrangendosi su tutto e su tutti, insinuandosi nelle più piccole pieghe del terreno, odore acre di terra, calore che pian piano si disperde, gorgoglia il piccolo rivolo che scorre fra le pietre, un pianto dirotto non disperato ma felice d’aver dato sollievo ad una terra arsa dal sole d’agosto.
Il cielo si rischiara, il fragore della pioggia si placa, gli uccellini tornano a lanciare i loro richiami, la gallina e i suoi pulcini ancora timorosi sono già fuori, il vento non c’è più, la pace e la serenità hanno riconquistato il loro posto.
Un arco nel cielo, patto segreto tra dio e l’uomo, fa la sua comparsa e il corso delle cose riprende il suo cammino e la musica mai sopita ti accompagna.

Daniela Mastroddi

 

LA MIA MUSICA

Da bambina avevo un modo tutto mio di amare la musica.
Un amico di famiglia osò regalarmi una bambola di plastica e merletti. Io la guardai davanti, dietro, capii che non sarebbe servita al mio scopo e la gettai a terra causando l’imbarazzo del malcapitato che, consapevole di aver appena commesso un tremendo sbaglio, guardò i miei genitori con tutta l’aria di chi non avrebbe potuto immaginare un simile massacro da parte di una bimbetta di tre anni. Qualche tempo dopo si ripresentò a casa con una “bambola cantante” che aveva lo stesso vestito di merletto, lo stesso faccione di plastica e un disco proprio al centro della schiena, che si apriva con un inquietante sportellino. Qualcuno doveva avergli detto che mi piaceva tanto la musica, ma per lui sarebbe stato impossibile regalarmi puro vinile; ci doveva mettere qualche pupattola di mezzo! E anche questa fece la stessa fine, solo che invece di aspettare passivamente la morte per mezzo delle mie piccole mani assassine scelse il suicidio: mentre cantava amenamente la sua testa rotolò per terra e quella, inconsapevole di averla persa, continuò a cantare. Una scena da horror fatto in casa. Non so che fine fece la bambola, ma il disco ce l’ho ancora. A farmi regali il malcapitato non ci provò più e fu una saggia decisione.
Io intanto crescevo con la fobia delle bambole decapitate e con la passione per la bocca gigante del mangiadischi, quello che quando la musica era finita sputava fuori il 45 giri se premevi il pulsante. Era rosso ed era tutta la mia vita. Trascorrevo ore infinite a cantare dietro la voce di Mina, Morandi, I Beatles, Battisti, I Platters, Sinatra. Erano i dischi che la giovinezza dei miei genitori mi aveva lasciato in eredità. Li avevo scovati dentro i cassetti, senza neanche le custodie, rigati e impolverati, ed erano il mio tesoro. Li alternavo con le canzoni dello zecchino d’oro, dei cartoni, con le sigle degli spettacoli televisivi, con quelle della pubblicità, e con le favole musicali.
Questo era il mio modo di giocare, ma non tutti lo capivano. In realtà mi piaceva anche molto colorare: adoravo quello strano rumorino che la punta del pennarello faceva sulla carta. Ho ricevuto in regalo tante scatole di colori…vabbè, sempre meglio delle bambole. Mi ricordo che ci fu un periodo in cui mi lavavo i denti continuamente perché mi piaceva sentire come variava il suono delle setole dello spazzolino al variare dell’apertura della bocca. Mia madre, entusiasta per questa attitudine all’igiene, mi regalava dentifrici alla fragola e spazzolini coloratissimi per premio. Per non parlare dell’adorazione che avevo per chi riusciva a fischiare (cosa che non sono mai riuscita a fare bene), per chi sapeva riprodurre il rumore del treno e il suono delle sirene e per quel tizio che, durante il pranzo, si mise a far vibrare il bordo di un bicchiere solo con il dito inumidito, come se fossero le corde vocali della Callas: per me era un mago. Mi insegnò a farlo e in fondo è come se mi avesse regalato un disco. Immaginai che il mio dito fosse la puntina e l’orlo del bicchiere il mio amato vinile.
Ma un giorno conobbi gli strumenti.
Mio nonno, origini romagnole esibite da un cognome fin troppo ovvio e vantate perché “Casadei è quello dell’orchestra di liscio”, sapeva suonare la chitarra e il mandolino, ma la musica non l’aveva studiata mai. Mi piaceva vederlo abbracciare quegli affetti sonori con la pacatezza di chi sa che nessun accadimento, neanche il più improvviso, avrebbe potuto distrarre i suoi polpastrelli dalle corde. Un pomeriggio in cui si mise a suonare il mandolino io presi la chitarra e cominciai a ballare. Pizzicando una corda scoprii che quel legno profumato e caldo aveva un ventre da cui usciva un suono profondo e misterioso e ci poggiai un orecchio per ascoltarlo da vicino. Qualche anno più tardi cominciai a studiare il solfeggio e gli arpeggi, ma non riuscii mai a riprodurre il magico suono che quel giorno s’impregnò dell’atmosfera di un magico momento.
Continuavo a crescere cercando la musica in tutti i rumori che faceva la mia vita.
Continuavano ad essere poche le persone che mi regalavano dischi.
Il primo ragazzo che dissi di amare non era granché, ma aveva una voce da attore di prosa.
Pochi anni più tardi rifiutai la corte di un bellimbusto che produceva suoni striduli peggio di un corvo. Eppure mi regalò un 33 giri: gliene sarò per sempre grata.
Da bambina la musica era una compagna che non mi stancava, che non tradivo e che andavo a stanare dai luoghi più insoliti.
Adesso la cerco nelle parole che scrivo, nei miei racconti, nelle mie poesie, perché abbiano il ritmo che voglio, perché, a modo loro, oggi siano il mio diletto, il mio gioco, quello che ho sempre stretto al petto al posto delle bambole. Dopo tante sperimentazioni sonore ho trovato il mio modo di fare musica. I dischi sono ancora con me: quelli che trovai e quelli che ho comprato da quando cominciai a camminare fino ad oggi. Sono ancora troppo pochi quelli che mi regalano.
Adesso, amici e familiari, se la cavano con un block notes e una penna.

Marina Belleggia

 

RESIDUI DIURNI

Liquidi argentei riflessi.

Intrise
aggrappate
alla stola dell'abito chiaro
le dita ghermivano luce.
La notte sedusse
l'energica presa
ma non la lasciai
e quella andò via
senza segni
e morbida.
Io restai.
Pugni chiusi
a non stringere niente.
Supina
sotto la cupola del giorno
colgo scorze di buio
e innesto invano
residui diurni
di luna.


RIPOSO

Capelli di campo
docili ai venti
seni di cirri
sfiorati e dispersi.
Sto in pace
distesa sul fianco
trafitto
da due desideri
diversi.


AFFINITA'

Mute le lingue
come le vele
magre
in deboli aliti.
Mi assomiglia
il solletico dell'acqua
agli assi della zattera
ti assomiglia
il fondo limaccioso.
Tra noi il lago.
Fermo.


RITMI

Prima della notte
decoravo l'attesa,
corteggiavo il desiderio.
Nel dormiveglia in cui si cade
e non si muore
mi salvai,
ma il sogno
ormeggiò al largo
del mio tempo calmo
e bevvi un diluvio
di gocce pregustate piano.


AVIDITA' DIVERSE

Cercavano ganci
nell'aria granulosa di odori
isolati e diversi
e negli sfondi sfuggenti del treno
le tue pupille giganti di buio
e voglia di ingoiarmi,
impigliate
sospese
fino al ritorno
fino a graffiarti
quelle avide gole di occhi
con la mia imprudenza ruvida
di cercare un tocco.


APPARENZE

Reidratati
pergamene contro il sole
rivivono
scheletri di foglie trasparenti
dissetate dalla pozzanghera
in cui capita il mio piede.
Altre volte per caso
passai accanto
ad altre vite apparenti.

Marina Belleggia

 

ME LO REGALO' UN'AMICA...

Me lo regalò un'amica di famiglia per il giorno della mia Prima Comunione.
Ricordo che mi porse il pacchetto con un sorriso interrogativo:" Ti piacerà?"
Ricordo che risposi con un sorriso gemello al suo:"Mi piacerà?"
Di certo non poteva essere la sognata bicicletta, il monopoli o una nuova cartella, il pacco
era troppo poco voluminoso.
Però, dalla sua, aveva che era pesante, molto pesante.
(A quell'età le cose belle o sono grandi o sono pesanti).
Era sicuramente una cosa bella.
Lo aprii con quella certezza nel cuore.
Lei (l'amica) era un'insegnante e quello (il regalo), a suo dire, sarebbe stato con me almeno
sino alla fine della scuola dell'obbligo.
Anche la mamma disse che era un regalo utile e prezioso.
Io non le capivo.
Quel presente è rimasto inutilizzato per moltissimo tempo.
Le uniche volte che ha cambiato di posto in casa è stato per via del trasloco e del cambio
di mobilio.
Ora mi torna tra le mani.
E' una domenica mattina.
Mi serve qualche cosa di poco voluminoso ma pesante per tenere socchiusa
la porta del terrazzo.
Eccolo! Quel coso verde fa proprio al caso mio.
Mi allungo, lo prendo e ..... leggo "VOCABOLARIO DELLA LINGUA ITALIANA"
edizione minore - marzo 1967
Da una delle prime pagine fuoriesce un fiorellino secco e pressato (un'altro degli utilizzi
del vecchio librone dalla rigida copertina verde).
Apro a quella pagina e i mie occhi si posano su di una parola sottolineata di un rosso
oramai sbiadito.
La parola è ACCOGERSI: "Vedere, conoscere, intendere ad un tratto, cosa non osservata
prima".
Questa bellissima definizione (quasi un messaggio) mi spinge a cercare le altre:
VEDERE: "Apprendere, percepire con gli occhi".
CONOSCERE: "Apprendere con i sensi e con l'intelletto".
INTENDERE: "Penetrare con la mente".
OSSERVARE: "Guardare attentamente per conoscere".
Ora mi ritrovo a sorridere, sorrido all'amica e alla mamma ed è un sorriso affermativo:
Sì, mi piacerà molto è un regalo utile, prezioso e per sempre.


Pia Bizzotto

 

Danny Boodman T.D. Lemon Novecento: il più grande solleticatore d’avorio di tutti i mari.

“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. […] Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’America.”
Così inizia Novecento, il primo testo teatrale di Alessandro Baricco. Grazie a questo monologo dello scrittore torinese, nel 1998 il regista Giuseppe Tornatore ha portato sul grande schermo La leggenda del pianista sull’oceano.
170 minuti durante i quali Ennio Morricone ci “culla” su note romantiche, melanconiche, ma allo stesso tempo briose. Tutto questo per accompagnare la storia di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento ( Tim Roth ), orfanello abbandonato nella prima classe del Virginian, transatlantico che “traghettava” emigranti pieni di speranze, ricconi in viaggio e gente strana dall’Europa all’America, da Southampton a New York. Il fuochista di colore Danny ( Bill Nunn ) lo trova il primo giorno del nuovo secolo, lo adotta e da quel momento crescerà nella “pancia” del piroscafo. Per il mondo non esiste, i suoi piedi non hanno mai toccato la terraferma e mai lo faranno…
Novecento a 8 anni si ritrova orfano per la seconda volta, rischia di finire in un orfanotrofio, si nasconde nelle viscere della nave e quando ricompare scopre di possedere un dono innato: saper suonare il piano, tirando fuori melodie che non si erano mai sentite prima.
“Novecento stava seduto sul seggiolino del pianoforte, con le gambe che penzolavano, non toccavano nemmeno per terra. E, com’è vero Iddio, stava suonando. Suonava non so che diavolo di musica, ma piccola e… bella. Non c’era trucco, era proprio lui, a suonare, le sue mani, su quei tasti, Dio sa come. E bisognava sentire cosa gli veniva fuori.”
Ormai “erano quasi 30 anni che il mondo passava sulla nave ed erano 30 anni che lui lo spiava rubandogli l’anima”.
Suonava il piano nella Atlantic Jazz Band, a bordo del Virginian, e Max Tooney ( Taylor Vince ), trombettista e suo amico-confidente, è la voce narrante sia del libro di Baricco, nel quale però risponde al nome di Tim, che del film di Tornatore.
Attraverso il suo racconto diventiamo testimoni della inverosimile vita di un uomo, un uomo che non sapeva fare altro che suonare il piano e che proprio in quegli 88 tasti, d’ebano e d’avorio, trovava i limiti e la sicurezza che lo sconfinato mondo non poteva offrirgli.
“Anche qui il mondo passava ma non più di 2000 persone alla volta. La terra è una nave troppo grande per me. E’ un viaggio troppo lungo. E’ una donna troppo bella. E’ un profumo troppo forte. E’ una musica che non so suonare.”
La notizia che sul Virginian vivesse un tizio in grado di suonare come 10 jazz messi insieme iniziò a diffondersi.
Viaggiatori facoltosi si sacrificavano nella disagevole terza classe pur di ascoltare le evoluzioni spontanee di un Novecento non vincolato ai canoni della scaletta che, ogni sera, doveva suonare “solo note normali” ( ! ) per i passeggeri imbellettati dei ponti superiori.
Inevitabile arriva un duello all’ultima nota con l’inventore del jazz: Jelly Roll Morton ( Clarence Williams III ). Questi verrà umiliato e sconfitto dopo un’esecuzione straordinaria durante la quale, Novecento, suona un brano straboccante di virtuosismi con velocità e precisione tali da rendere tanto incandescenti le corde del piano che al termine ci accende una sigaretta. Scena memorabile!
Grazie ad una efficacissima metafora, presente sia nel libro che nella pellicola, veniamo a sapere che Novecento, un giorno per caso e senza preavviso, decide di scendere dal Virginian- “Devo vedere una cosa, laggiù”- disse. “Il mare”.
Per uno che ha sempre vissuto sull’Oceano questa non passa di certo per una motivazione logica!
“Posso rimanere anche anni, qua sopra, ma il mare non mi dirà mai nulla. Io adesso scendo, vivo sulla terra e della terra per anni, divento uno normale, poi un giorno parto, arrivo su una costa qualsiasi, alzo gli occhi e guardo il mare: è lì, io l’ascolterò gridare.”
Inutile dire che Novecento non scenderà mai dalla sua casa galleggiante… arrivato al terzo gradino si ferma, di colpo, e dopo qualche istante di silenzio torna indietro.
Giuseppe Tornatore, rispetto ad Alessandro Baricco, inserisce nella trama un momento che ci rivela il lato romantico di Novecento.
Mentre a bordo del Virginian sta registrando un brano per una casa discografica, tra i viaggiatori di terza classe scorge una giovane ragazza ( Mélanie Thierry ), una emigrante italiana, veneta per l’esattezza, la cui bellezza rapisce i suoi occhi, la sua anima, il suo cuore. Lo sguardo è fisso su di lei, Novecento accarezza i tasti del pianoforte con una dolcezza tale da far diventare quel brano una sorta di dichiarazione d’amore.
Il produttore, estasiato da quella esecuzione, vorrebbe distribuirne milioni di copie ma Novecento è irremovibile : ”La mia musica non andrà dove non ci sono io.”
Vorrebbe regalare la matrice alla bella straniera ma non trova il coraggio. Riesce a scambiare con lei solo poche concitate parole, nel marasma incontenibile di passeggeri pronti, ormai, a sbarcare dal Virginian, e con l’America negli occhi.
Quella matrice viene distrutta e ritrovata anni dopo da Max presso un rigattiere ( Peter Vaughan ) di Plymouth il cui ruolo è proprio quello di dare il LA a questa suggestiva “partitura”.
Perché come diceva Novecento: “Non sei fregato veramente finchè hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. Lui l’aveva una… buona storia. Lui era la sua buona storia. Pazzesca, a ben pensarci , ma bella.
Nell’agosto del 1933 Max scende dalla nave, sicuro che non avrebbe mai più rivisto il suo caro amico. Nel frattempo il Virginian ha smesso di solcare le acque dell’Oceano Atlantico e, ormeggiato in un porto inglese, continua a “vivere” come nave-ospedale.
Un giorno, per caso, Max viene a sapere che la “casa di Novecento” sarebbe presto saltata in aria perché ormai in disuso. E’ una corsa contro il tempo, la nave viene considerata evacuata ma Max sa che il suo amico è ancora lì dentro.
Dopo una lunga ricerca il nostro narratore lo trova, come immaginato, all’interno del Virginian, in attesa dell’imminente esplosione. Tra loro due prende vita un colloquio per entrambi illuminante, chiarificatore, grazie al quale lo spettatore/lettore penetra completamente nell’anima di Novecento.
Un uomo che è come se non fosse mai nato, come se per tutti quegli anni avesse prolungato la gestazione nella protettiva e accogliente “pancia” del Virginian.
Il monologo di Baricco si conclude con un immaginario dialogo tra Novecento e Dio, in Paradiso, dove naturalmente nella lista non risulta il suo nome. Arriva lì, senza il braccio sinistro, perso nell’esplosione, gliene vengono offerti un paio, entrambi destri.
“Sfiga. Tutta un’eternità in Paradiso, con due mani destre […] Certo… sai però che musica con due mani destre… se solo lassù riesco a trovare un pianoforte!”.


Francesca Legini

CRISALIDE


C’era il sole quella domenica a via dei Ginepri, e forse non solo a via dei Ginepri e forse non solo perché era domenica.
Agnese a volte faceva pensieri bizzarri, come quello di credere che quella strada fosse l’unica strada del mondo, e la domenica l’unico giorno della settimana in cui il sole era d’obbligo.
E il suo mondo non era mai stato rotondo, ma dritto come quella strada e si sa che le strade dritte portano sempre da qualche parte. E il sole? Quello sì era rotondo, almeno nei disegni dei bambini, ma tanto non bisogna farci i conti, no? Lui sta lassù e spunta fuori quando gli fa comodo: il resto sono nuvole. Il sole doveva proprio essere di sesso maschile, nonostante la rotondità! Ma non tutti gli uomini erano così e non era certo quella l’idea di uomo che sognava Agnese. Perché lei ce l’aveva un’idea precisa di uomo: più di qualsiasi altra donna.
Andava verso la stazione che guarda caso sorgeva proprio su una grande piazza rotonda. E ci arrivò a piedi da via dei Ginepri, tirandosi dietro una valigia con le ruote, rotonde anche loro.
Dal momento in cui aprì e richiuse la porta di casa i suoi pensieri erano stati di questa strana consistenza e talmente sfuggenti che quando Agnese poggiò il piede sul predellino del treno si dissolsero nel fumetto di alito che uscì dalla sua bocca nello sforzo di sollevare il bagaglio.
Si sedette nel primo scompartimento che capitò senza curarsi di considerare in compagnia di chi avrebbe viaggiato e rimpiangendo solo il sedile accanto al finestrino, già occupato da un uomo in divisa, che Agnese guardò con avidità.
Il treno ci mise un bel po’ prima di partire, ma del resto lei ci aveva messo venticinque anni!
Aveva progettato quel viaggio proprio come le persone progettano il loro futuro: grande amore, matrimonio, successo. Non ci sarebbe stato niente di tutto questo per lei senza quel viaggio, non c’era neanche il desiderio di avere tutto questo senza quel viaggio.
Mentre contava i desideri che non aveva ancora, sfregava il palmo delle mani lunghe contro le gambe longilinee fasciate dai jeans, come se volesse coccolare il suo corpo spesso trascurato per star dietro a una mente che non sta mai zitta. Poi prese tra le dita i capelli sottili e lucidi e li legò sulla nuca con un fermaglio di vernice rossa che regalava una nota sbarazzina alla sua chioma corvina e dal taglio regolare. Un giovane sedutole di fronte la guardava, sforzandosi di avere un’aria seducente e dandosi un tono con un libro di Goethe sopra le ginocchia. Quel corpicino ossuto ed elegante si stava prendendo una delle sue tante rivincite! Esisteva anche lui, del resto, ed era un corpo femminile, molto bello per giunta, un dispetto della natura, un involucro attraente, ed era suo ancora per un po’, chissà per quanto ancora, ma certo non per sempre.
Gli uomini la guardavano, ma quando iniziavano a frequentare la sua casa e il suo corpo veniva loro un inspiegabile desiderio di togliere il disturbo, nonostante l’accoglienza.
Eh, sì, però un conto è l’accoglienza e un conto è l’eccitazione di ricevere qualcuno. Non sono sfumature; queste cose si sentono sulla pelle, e gli uomini non sono così insensibili come le donne si ostinano a credere.
Pensò di avere una grande stima del genere maschile, anche se riconosceva che circolavano molteplici offese viventi a tale genere.
Il genere…non ricordava l’ultima volta che aveva sentito questa parola pronunciata senza l’intenzione di affibbiare un’etichetta, tanto che ora le veniva naturale fare altrettanto pensando ad uomini poco degni di essere tali.
In quella puntuale dicitura da manuale diagnostico era chiaro il significato del termine, e cioè quello di dichiararla portatrice di un disturbo clinico.
“Disturbo di identità di genere”, le aveva detto lo psichiatra. Non sarebbe stato meglio dire: “Ma che genere di donna sei?” ed essere meno ipocriti? Ma non era questo a turbarla, piuttosto l’esigenza prepotente che le persone hanno di considerarti uomo o donna da come appari e non da come sei realmente, né da ciò che dichiari di voler essere. E così, a un certo punto della sua vita Agnese aveva smesso di volere e cominciò ad accontentarsi di esistere.


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Qualche mese prima aveva comprato il biglietto del treno e poi una volta arrivata alla stazione era tornata indietro di corsa dandosi della stupida, come se stesse per fare qualcosa di orribile.
Ma non è vero che i desideri non soddisfatti smettono di premere contro l’anima. Sembra che non ci siano più, quando in realtà si sono scavati una buchetta e ogni tanto risalgono in superficie a tormentarti. E’ un tormento soave quello dei desideri, anche se sai di non poterli soddisfare, anche se sai che dopo poco dovrai ricacciarli in fondo a quella buca, sempre più profonda. Sono dei diavoli affascinanti a cui vorresti vendere l’anima e il compenso sarebbe quello di poterti riappropriare di essa finché vivi.
Il treno si mosse piano e Agnese pensò che volesse assecondare quel grammo di esitazione che ancora era suo, come a volerle dare qualche istante in più per pensare se andare o restare. Ma restare dove? Non era mai stata realmente in nessun luogo e anche se l’idea di dove andare era ancora sfocata, almeno lì, su quel treno, si sentiva avvolta da un presente pieno di possibilità.
Si avvolse nella giacca come se fosse quella la sua più concreta e presente possibilità.
Le sarebbe piaciuto fermarsi in un posto dove ci fosse il mare. Fin da bambina guardare la battigia che risucchia le onde la aveva aiutata a rilassarsi. Si ricordava di aver trascorso interi pomeriggi sul bagnasciuga ad osservare la spiaggia ubriaca di spuma, perdendo la cognizione del tempo.
Ci era cresciuta vicino al mare, e ora ne sentiva la mancanza, come si sente nostalgia di un affetto discreto e silenzioso, costante e sempre uguale. Tornarci era un po’ come tornare a casa, anche se ormai la casa che aveva da piccola era stata spazzata via da una tempesta implacabile.
Sapevano da sempre che Agnese non accettava il suo corpo da donna, ma lei non l’aveva mai detto; e si sa, le cose non dette sono come sassi sul fondo del mare, finché il mare, stanco di tenerli nello stomaco, li rigetta sulla riva. E tutti avevano sempre sperato che per tutta la vita ci fosse bonaccia, ed erano stati attenti a non smuovere le acque, a controllare le maree. Invece la tempesta arrivò perché era naturale che arrivasse, e fu Agnese a provocarla urlando contro la luna piena come un uomo lupo inferocito. Le piaceva vedersi in questa immagine, perché si trasformò sotto i loro occhi proprio come un licantropo: in una notte. E la luna era il volto di sua madre, perennemente inespressivo e pallido di una sofferenza accusatoria. Ora era giunto il momento di operare l’ultimo cambiamento, il meno radicale, in fondo, anche se per tutti sarebbe stata quella, la vera metamorfosi. Le persone sono tremendamente attente a ciò che appare. E a che sennò?
Guardò fuori e vide una meravigliosa campagna, di quelle che assomigliano a delle coperte patchwork. Si strinse ancora nella giacca e pensò ad Alice. Non vedeva l’ora di rivederla. Alice l’aveva sempre incoraggiata ad andare fino in fondo ai suoi progetti, a non rinunciare a se stessa e Agnese le era grata per questo. Le aveva promesso che quando il suo corpo sarebbe diventato quello di un giovane prestante e di bella presenza sarebbero ancora andate a sentire i concerti di musica classica del pomeriggio e a mangiare schifezze al fastfood; avrebbero parlato ancora come adesso, perché Agnese sarebbe rimasta sempre quell’uomo meraviglioso che Alice aveva trovato in lei. Una volta, scherzando, si promisero anche che non si sarebbero mai innamorate l’una dell’altra, ma non ci sarebbe stato bisogno di promesse, perché non puoi innamorarti di chi vedi nascere né di chi vedi appena vieni al mondo, disse Alice, o almeno non puoi farci del sesso, sarebbe un incesto bello e buono.
Le venne da sorridere; allora avvicinò i pugni chiusi alla bocca e si morse le nocche delle dita: sentì un odore penetrante, quasi speziato. Ogni tanto sentiva sapori e odori che forse non erano reali, ma solo produzioni della sua mente, e questo era uno di quelli perché non c’erano mai state spezie nella sua cucina e nella sua vita: più che altro alimenti ed esperienze entrambi congelati, insipidi e dall’aroma poco attraente. Sembrò che il treno avesse accelerato e Agnese si rammaricò che non andasse più al ritmo dei pensieri suoi, ora più lenti. Come quando di notte le era capitato di addormentarsi addosso a qualcuno e di accorgersi che il suo respiro non era sincronizzato con quello del suo compagno di letto. Che idiozia! Ma per lei era fondamentale, era un presagio; voleva dire che non c’era sintonia. In realtà era solo un pretesto per fuggire da quel letto che odorava di uomo dal lato sbagliato.
Si sentiva stranamente calma e il sole di quella mattina cominciava a fare effetto ora. Se lo sentiva nelle ossa che scaldava il midollo; se lo sentiva nel petto che le dava un’energia pacata. Quando l’energia è di questa fattezza diventa intenzione e decisione, e non ha niente di simile all’irruenza e all’impulsività, caratteristiche che del resto non avevano mai fatto parte del suo repertorio, tranne quella notte che gridò e poi andò via.
A ripensare a quella notte le venne da benedirla. Era stata la prima volta che aveva fatto qualcosa per se stessa senza temere di sconvolgere la vita degli altri; la prima volta che aveva fatto rumore, lei abituata a muoversi in silenzio per non risvegliare antichi rancori.
E questa era la seconda.
Le era venuto in mente di fare questo viaggio perché in fondo il viaggio è la metafora del cambiamento: la strada è la congiunzione di ciò che può essere con quello che è, del non ancora con l’ora, del luogo dell’idea con quello dell’esistenza.
E se questo fosse il treno che porta anche dall’esistenza al desiderio? Agnese sperava che fosse così.


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Il cultore di Goethe frugò nella tasca dello zaino e tirò fuori un pacchetto di caramelle.
Lei non poté fare a meno di guardarlo mentre tentava di mettersene una in bocca cercando di non dare nell’occhio. Poi, forse per mascherare il suo imbarazzo, porse il pacchetto ad Agnese dicendo con finta disinvoltura: “Ti va una caramella?”.
Lei sorrise e come sempre il suo labbro sottile si sollevò fino a scoprire le gengive. Non le piaceva sorridere a metà perché diceva che le emozioni erano l’unica cosa di lei che poteva non lasciare dubbi.
“Grazie, no”, e accompagnò quel no con un gesto del capo che in India sarebbe potuto sembrare un sì. Se la ricordava l’India; c’era stata con suo fratello che andava alla ricerca della tradizione delle lingue dravidiche e ogni tanto di notte sognava ancora Bangalore.
Per mostrare il suo consenso quel dolce popolo muove la testa oscillandola a destra e a sinistra proprio come noi europei facciamo quando rifiutiamo. Però, anche se non lo sai, capisci lo stesso che il loro è un sì perché te ne accorgi dall’espressione del viso. Era in India che Agnese aveva imparato ad amplificare le espressioni facciali poiché, pensò una volta, la comunicazione potrebbe essere costituita solo da quelle.
“Sono senza zucchero, ma comunque non mi pare che tu abbia problemi di linea!”.
“Infatti, ma non ci bado alla linea. Sono magra di natura e potrei mangiare un’intera pasticceria al giorno e restare così!”. Quel tipo le aveva già attribuito lo stereotipo femminile dell’attenzione per il proprio corpo, ma come biasimarlo.
Sembrava simpatico e forse parlare un po’ non le avrebbe fatto male.
“Dove stai andando?”
“Vado al mare”
“Cioè, dove?”
“Ma non lo so, basta che ci sia il mare. E’ un treno che percorre il litorale questo, no?”
“Sì, sì, ma pensavo che avessi una meta”
“Sì, una meta ce l’ ho, ma non è propriamente quella che pensi”.
Agnese immaginò che a questo punto la conversazione si sarebbe interrotta perché per continuarla era necessario che diventasse intima e non era certo opportuno che ciò accadesse. Ma evidentemente questo era solo un suo parere.
“Che tipo di viaggio è il tuo?”
Intanto l’uomo in divisa accanto al finestrino si preparò per scendere alla stazione successiva e quando abbandonò il suo posto e uscì dallo scompartimento Agnese ne approfittò e, senza alzarsi, si spostò con un balzo allegro fino a quella postazione finalmente conquistata. Il suo interlocutore si sedette accanto a lei. Lo scompartimento era vuoto ora, ma Agnese non fece in tempo a rispondere alla domanda che entrò una signora di mezza età con un marmocchio dietro. Li guardò mortificata per aver interrotto qualcosa. E’ meraviglioso, pensò Agnese, come certe persone sappiano essere discrete. Poi fu felice di constatare che quel ragazzo non lo fosse poi tanto, perché parlare con lui cominciava a piacerle sul serio.
Si voltò a guardarlo cercando di capire se era ancora in tempo per rispondere. Negli occhi di lui lesse un’urgenza sproporzionata di sapere la risposta.
“Se io ti dicessi la natura del mio viaggio potresti aver voglia di scappare giù dal treno in corsa!”.
E rise.
Si stupì della facilità con cui riusciva a parlare con quel tipo, ma soprattutto si accorse di aver improntato un gioco per incuriosirlo.
Infatti: “E perché mai? Cosa ci può essere di così misterioso nel tuo viaggio?”
“Beh, il motivo del mio viaggio non è certo cosa da raccontare ad un estraneo”.
Ma lo disse con un tono spiritoso e con l’intento di non essere credibile.
Il fatto è che c’era qualcosa in quel ragazzo che le piaceva. Il modo di parlare, forse; di muovere le mani, di guardare. Ma soprattutto il suo naso. Era un naso con una bella personalità, pensò Agnese, quando lui sorrise per l’ultima battuta che disse lei. In quel momento quel signor naso si incurvò appena verso il basso. Avrebbe proprio desiderato un naso così: grande, plastico, che si muovesse ad ogni accennata espressione del volto. Invece lei aveva un naso piccolissimo, un puntino, per nulla fuori posto sopra quel visetto minuto e senza età, eppure così ingombrante.
“Diciamo che il mio è un viaggio per ritrovare me stessa, o meglio per trovare me stessa, perché non mi sono mai perduta, in effetti, ma neanche mai trovata!”
“Ma parli come un rebus! Non so se ho capito; praticamente cerchi quella persona che non hai mai avuto il coraggio di essere?”.
Agnese si sentì liberamente interpretata.
“ Non è proprio così…è che non mi hanno dato il permesso di essere…”.
“Guarda che gli altri non possono farci del male…solo noi possiamo farcene e siamo proprio bravi certe volte…”.
Agnese non capì chiaramente il motivo, ma si sentì improvvisamente più forte…eppure le aveva appena detto che si era fatta del male da sola come un’idiota.
“Ma mi dici come ti chiami?”
“Agnese…ma non mi piace”
“E tu?”
“Andrea, il nome più virile che esiste, lo sai? Vuol dire uomo…dal greco…”
Accipicchia, come ci teneva a sottolinearlo! Come dirglielo che la sua mascolinità non stava certo nel suo nome?
“Sei proprio colto, tu. E quel libro che hai lì è un passatempo?”
“Mi piace Goethe, ma lo prendo a piccole dosi”.
Agnese aveva la sensazione sempre più netta che Andrea le ricordasse qualcuno, qualcuno di molto familiare che conosceva bene, ma non riusciva a capire chi fosse.
Poi lui si alzò per sgranchirsi un po’ e Agnese ebbe il tempo di guardarlo camminare finché non uscì dallo scompartimento. Camminata morbida e seducente; le piacque anche quello di lui.
Gli andò dietro dopo pochi istanti per dirgli:”E tu dove vai?”.
“Torno a casa”.
“In che senso?”.
“Nessuna metafora…torno a casa davvero, dalla mia famiglia. Sono quattro anni che non ci vediamo”.
Agnese sentì che Andrea non aveva tanta voglia di parlare di sé, ma non si offese per questo. Anzi, aveva la sensazione che qualsiasi cosa lui dicesse fosse superflua, perché a lei sembrava di sapere già tutto di quel ragazzo.
“Sai che mi sembra di averti già visto?”.
“E forse è così…!”.
“Ma non è così…!”.
“E che ne sai…magari non te lo ricordi. Magari in un’altra esistenza…”
“Ma quale altra esistenza…io ancora non comincio ad esistere!”.
“Allora forse in un’esistenza futura!”.
Agnese non seppe spiegarsi il motivo, ma le sembrò che la frase appena pronunciata da Andrea fosse verosimile pur nella sua assurdità. A tratti aveva la sensazione di non parlare con lui, ma con se stessa e di avere un unico, ma evidente desiderio.
Avrebbe voluto davvero tanto avvicinarsi di più a quel ragazzo, toccarlo, sentire il suo odore, parlare con la sua voce, respirare col suo naso grande. Sarebbe voluta entrare dentro di lui e capire una volta per tutte se vivere da uomo era così diverso dal modo in cui aveva vissuto lei, e se le diversità tra i sessi esistono davvero o sono tutta un’illusione.
Forse aveva incontrato Andrea nei suoi sogni, tutte le volte che aveva fantasticato su che tipo di uomo avrebbe voluto essere. Spesso, dopo essersi crogiolata un bel po’ in queste fantasie, le capitava di specchiarsi e di vedersi realmente come si era immaginata, ma era un attimo, come quando giochi a “cucù” con i bambini: mostri la tua faccia e subito dopo la nascondi di nuovo dietro al fazzoletto.
“Cosa pensi, ti vedo assorta…”.
“Mi sa che è vero che ti ho già incontrato, e mi sa pure che ti rincontrerò presto…”.
“Ah sì? Beh, sarà difficile, ma se dici che sarà così ci credo. Prenderai ancora questo treno? Perché solo così potrebbe esserci qualche possibilità di rivedersi…”.
“Non prenderò più questo treno perché ormai sono arrivata dove volevo, ma le possibilità di rincontrare una persona sono talmente tante nella vita …ci si incontra in tanti modi…!”.
“Quello che dici sembra sempre che abbia un doppio senso…!”.
“Beh, che ci vuoi fare, è la mia natura…!”.
L’ironia era sempre stata il suo forte.
Agnese vide il mare dal finestrino e anche se non era il mare di casa sua, ebbe l’impressione di essere tornata a casa.
“Ciao Andrea, io alla prossima scendo”.
“Ciao, allora sei arrivata davvero?”.
“Sì, per fortuna era il treno giusto…”.
Lesse negli occhi di lui la convinzione di dover andare ancora una volta oltre le parole, ma non c’era il tempo di spiegare. Prese la sua valigia con le ruote tonde e guardò che il sole, rotondo anche lui, continuava a splendere. Sarebbe stato bello fermarsi sulla spiaggia.
“Grazie per la chiacchierata…a presto!”
Agnese scese quasi di corsa e vide Andrea col naso attaccato al vetro che la salutava.
Sì, era proprio un naso che non avrebbe dimenticato e Andrea era proprio un bel nome da uomo. L’avrebbe preso in prestito. Al naso però avrebbe dovuto rinunciarci.
Per la prima volta si sentì una donna fortunata: era sicura che Andrea non sarebbe andato via da lei dicendo di voler togliere il disturbo.
Pensò che non potesse esistere niente di più eccitante al mondo che essere innamorati.


Nota dell’autrice (!)

La mia vena psicologica è trapelata, mi rendo conto, ma credo che non ci sia niente di più vero di quello che le persone vivono con il
corpo e con la mente, anche quando sono in un corpo sbagliato e sono costrette ad ascoltare una mente che “non sta mai zitta”, come quella di Agnese.
Ho conosciuto una Agnese. Ora è un ragazzo felice.
In fondo tutti quanti andiamo alla ricerca di quello che non siamo ancora e davvero è meraviglioso accorgersi di essere innamorati delle nostre infinite possibilità.

Alla prossima storia,


Marina Belleggia

 

IL POSTINO

L'ultimo film di Massimo Troisi, scomparso nel giugno 1994 subito dopo la fine delle riprese.
Il film è tratto dal romanzo di Antonio Skarmeta "Il postino di Neruda" ambientato in Cile durante l'esilio del poeta. Troisi trasferisce l'azione in una piccola isola del Mediterrraneo, comunità di pescatori con pochi mezzi e pochi sogni, facile preda di politicanti bravi solo a fare promesse in cambio di voti. L'arrivo di Pablo Neruda in esilio con la bella moglie Matilde, costituisce un grande avvenimento, soprattutto per il capo telegrafista, comunista come lui, e per Mario Ruoppolo. Mario, figlio di un pescatore ha un destino già segnato tra le "reti tristi", a cui però non vuole rassegnarsi. Quando viene assunto in qualità di postino temporaneo con l'incarico di portare la corrispondenza a Pablo Neruda, unico abitante di una isolata caletta, Mario scopre la poesia e la politica. Don Pablo diventa la sua finestra sul mondo, e sulla sua anima. Con la timida caparbietà e l'indomita dignità che sono il tratto più caratteristico di questo postino semianalfabeta ("io so leggere, senza correre però"), egli riesce ad entrare nelle grazie del poeta, che diventa suo amico, maestro, complice nella conquista della sua amata Beatrice, e infine testimone di nozze. Finito l'esilio, Neruda torna in patria e Mario capisce di essere stato dimenticato. Neruda, però, gli ha lasciato qualcosa: la coscienza politica e la capacità di vivere la poesia nel quotidiano. Proprio la politica, purtroppo, sarà fatale a Mario che morirà durante una manifestazione di piazza appena pochi giorni prima della nascita di suo figlio, che si chiamerà Pablito. Don Pablo ritorna sull'isola cinque anni dopo, e qui trova una registrazione di Mario a lui destinata e mai spedita. Un testamento, quasi, fatto di delicata poesia e gioiosa ingenuità, che ci restituisce tutto l'incanto di un'anima grande e complessa quale quella di Massimo Troisi.
La regia, affidata da un Troisi già molto ammalato a Michael Redford, è attenta e misurata. I bellissimi panorami dell'isola non scadono mai nella cartolina, e i frequenti primi piani del postino esprimono e sottolineano tutti gli stati d'animo di Mario alla scoperta della vita.
Un grande Philippe Noiret impersona il poeta, burbero solo in apparenza e rende benissimo lo sguardo divertito prima e incantato poi, di un intellettuale conoscitore del mondo e degli uomini davanti a un uomo semplice che diventa, a sua volta, poeta.
Maria Grazia Cucinotta, qui visibilmente al suo esordio, ha tutta la veracità della popolana del sud, bella di una bellezza destinata a sfiorire dietro il banco di mescita di un'osteria alla quale Mario offre il riscatto attraverso "la metafora".
Sceneggiato da un team di giovani scrittori a cui Troisi affianca la mano sapiente di Furio Scarpelli, il film ha un ritmo lento da villaggio meridionale (Sud Italia o Sud America, i ritmi dei pescatori sono uguali in tutto il mondo) ma la vivacità dei dialoghi è infarcita della sagacia tipica del napoletano.
Oscar, meritatissimo, a Luis Bacalov per la colonna sonora, vero capolavoro che aggiunge poesia alla poesia..
C'è un momento sublime, nel film, in cui Mario per la prima volta fa, inconsapevolmente, una metafora. E poi chiede a Don Pablo, con tutto il suo candore: "ma allora tutto il mondo, la terra, il mare, le nuvole…. Sono una metafora di qualcosa?". La domanda, a cui il poeta non risponderà mai, rimane lì - sospesa su quella musica dolcissima e riflessa nello sguardo di un Troisi intenso e vero come non mai.


Rosie Atzori

 

BRUCIO NEL VENTO (S. Soldini, 2002)

"Liberamente tratto" dal romanzo "Hier" dell'ungherese - emigrata in Svizzera - Agota Kristof (di cui comunque si sente profondamente l'impronta e lo stile denso, asciutto e laconico), "Brucio nel vento" è il primo film del regista Soldini basato su una sceneggiatura non originale ed incentrato su una figura maschile, interpretata da un affascinante Ivan Franek, ceco naturalizzato francese.
Nato "in un villaggio senza nome, in un paese senza importanza" dell'Est europeo, Tobias trascorre l'infanzia nella miseria con la madre, la prostituta del villaggio. Quando un giorno scopre che uno degli uomini che passano per casa (il maestro di scuola) è suo padre, impugna un coltello e lo pugnala nella schiena. Convinto di averlo ucciso, fugge verso l'Ovest in un disperato tentativo di lasciarsi tutto alle spalle.
"Oggi ricomincio la corsa idiota. Mi alzo alle cinque di mattina, mi lavo, mi faccio la barba, salgo sull'autobus, chiudo gli occhi, e tutto l'orrore della mia vita presente mi assale".
Così, per gradi, si installa un'atmosfera di squallore poetico suggestiva e contagiosa.Tobias vive ora in Svizzera sotto il falso nome di Dalibor (lo stesso del padre), lavorando come operaio in una fabbrica di orologi e coltivando segretamente il sogno di diventare scrittore. Le sue giornate sono tutte uguali, faticose, alienanti, scandite da ritmi implacabili e fatte di gesti e percorsi sempre identici, tra boschi innevati e raggelati, alle luci nebbiose di un'algida Svizzera (mirabilmente fotografata da Luca Bigazzi), paesaggio tanto freddo quanto bruciante è la passione del protagonista. Tra rimorsi, solitudine e sradicamento, lo sguardo inquieto, sempre perso altrove, Tobias vive in modo superficiale il proprio presente agendo in modo incostante, tutto preso a mantenere il livello esistenziale che lo ha traumatizzato nell'infanzia infelice, cui egli tenta comunque di aggrapparsi nella ferma intenzione di non evolversi come persona. Si rifugia nella scrittura - con una semplice matita su un vecchio quaderno delle elementari - di un mondo fantastico parallelo a quello reale e nel desiderio di un amore impossibile per una donna a cui ha dato il nome Line.
Dopo averla cercato invano nella scialba Iolanda, nell'aggressiva Eva, nella giovane Vera, tra inutili incontri e feste con dei connazionali, Tobias riconosce immediatamente in una nuova passeggera del bus "la piccola peste della sua infanzia", compagna di banco alla scuola del villaggio e figlia legittima del maestro.
Condotta dal destino in Svizzera con il marito, ricercatore universitario, Caroline (Barbara Lukesova) - non bella e perfetta ma reale - ha una figlia di pochi mesi e anche lei, benché laureata, è costretta alla catena di montaggio nella stessa fabbrica di orologi.
Line è cristallizzazione del suo più alto desiderio: ripercorrere e rivivere da adulto, quindi con l'illusione di sceglierlo e non più subirlo, il suo passato.
Da questo desiderio nasce il rapporto incestuoso, che la voce off di Tobias ridimensiona affermando che in fondo è sua sorella solo a metà e giustifica con la storia dei faraoni che ritenevano il matrimonio tra fratelli il più felice.
Il suo è un amore assoluto e totale, come solo chi è rimasto bambino riesce a provare; l'eccesso di sentimento è, per lui, forza e molla vitale ma anche, se non appagato, mortifera spinta autodistruttiva.
Alla vista della sua Line, Tobias vede finalmente materializzarsi il suo sogno, e con esso la possibilità di riscattare la sua vita. Inizia a seguirla in modo ossessivo, a spiarla (come faceva da piccolo con la madre e i suoi clienti), sino a che riesce a parlarle, scoprendo che non ha ucciso né suo padre, né sua madre e che lei ignora del tutto la loro parentela.
Sebbene Caroline sia una persona realista e con i piedi per terra, che vive attivamente la propria condizione di emigrata secondo progetti verosimili e razionali, sarà costretta a vederli scardinare nelle fondamenta dalla ostinata ed incontrollabile passione di Tobias e dalla aridità di sentimenti del marito.
I due infatti si innamorano e, anche se la loro unione appare impossibile, Tobias non vuole arrendersi e rinunciare a quell'amore che ha restituito un senso alla sua esistenza.
La situazione sembrerebbe precipitare quando Line scopre di essere incinta e il marito la fa abortire, credendo erroneamente che il figlio sia di Tobias.
Line allora non vuole più vederlo e lo accusa di averle rovinato la vita dopo che quest'ultimo, in un momento, d'ira si è scagliato contro il marito di lei ferendolo e, per evitare la denuncia, ha dovuto subire il ricatto di rinunciare alla figlia. Quest'ultima vicenda si rivela in realtà un brutto sogno, un altro degli incubi del protagonista. Line arriva invece a casa di Tobias con la bambina, implorando il suo aiuto, dopo aver ferito il marito durante una violenta discussione.
A questo punto, distaccandosi dal testo originario- dove Line torna in patria con il marito e la figlia, mentre Tobias continua la sua vita solitaria e a lavorare in fabbrica-, il film si conclude con un finale positivo, che sarebbe riduttivo bollare come ottimista, retorico e sentimentale, in cui il regista intende salvare il protagonista da un'ennesima punizione, regalandogli un'altra possibilità, verso un paese sconosciuto (la Spagna).
Un epilogo che si pone come inno struggente alla poesia della vita in cui l'amore senza confini e la passione per l'arte possono offrire ancora una possibilità insperata e liberatoria di riscatto.

NOTE

Per quanto il doppiaggio dei bravi attori Gifuni e Maglietta siano degni di nota (la seconda ha vinto per questo il premio ascolta la voce), consigliamo la versione originale (con sottotitoli), che da al film maggiore credibilità e poesia.
Segnaliamo inoltre, per la particolare bellezza, la sequenza iniziale, di cui non è indifferente l'apporto digitale.
Da notare infine un cameo di Soldini che si vede per qualche secondo seduto dietro a Tobias sul pullman.


Giacomo Mencherini

 

TUTTI GIU’ PER TERRA (1997)

Tutti giù per terra è il tipico film che riscuote pochissimo successo alla sua uscita nelle sale (immeritatamente, in questo caso) e che poi, una volta uscito in home video, diventa un piccolo cult per una generazione. Tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Culicchia (consigliata la lettura), la pellicola scritta e diretta dal bravo e sottovalutato Davide Ferrario narra delle “eroiche gesta” di Walter Verra, scazzato venticinquenne che affronta con ben poco entusiasmo la realtà che lo circonda. Studente fuori corso di filosofia, introverso per disgusto della società, lettore di libri sgraffignati nelle edicole, la sua vita si complica di botto quando deve affrontare gli obblighi di leva, fino ad allora snobbati. Ripiegando sul servizio civile, Walter entrerà in contatto con diversi personaggi e lascerà casa, dove il clima che si respira certo non è idilliaco. Sostenuto da una zia anticonformista e dalla ricerca di quel “qualcosa” che vagamente gli sfugge, il giovane affronterà diverse situazioni, tutte normalissime eppure tutte così grottesche, che alla fine lo condurranno ad un inserimento “quasi” utile nella società che fino ad allora aveva schivato rimanendosene ai margini. Imperdibili i siparietti con le sue fantasie sui colloqui di lavoro e sulla fine che farebbe fare alle giornaliste ignoranti ed alle maestrine troppo petulanti. Il personaggio di Walter non ha la pretesa di rappresentare tutta una generazione, e questo è un grande merito: il suo atteggiamento è specifico, può sembrare assurdo, eppure guardandosi dentro i più sensibili non potranno che riconoscersi in alcuni dei suoi pensieri e delle sue paure, sebbene alcuni siano portati all’estremo. Lontanissimo dai climi perbenisti e rassicuranti di questi anni, Ferrario traccia un ritratto di un nichilista “senza causa”, di uno dei tanti Nessuno Dotati Di Cervello che rappresentano, forse, la massa silenziosa. Gente che non ha bisogno di alzare la voce o di fare gesti eclatanti, che se ne stanno nel loro microcosmo senza sicurezze andando avanti con niente e schifati da (quasi) tutto. Indolenza? Insofferenza? Ignoranza? Chiamatela come volete, in questo film c’è la più chiara rappresentazione (in chiave grottesca) del disagio giovanile contemporaneo, almeno per quanto riguarda il nostro (bel?)paese. Bravissimo come al solito Valerio Mastandrea, un attore mai lodato abbastanza, seguito a ruota da Carlo Monni, Benedetta Mazzini e Chiara Caselli.

Geims