LA
VERA STORIA DI CLOPIN (di Cristian Mini)
Non sono fortunato. Di più. Era
l’alba del mattino più freddo del mondo.
Un mattino bianco, era la nebbia ad agitare i morti di fame. Perché?
Beh, non si vedevano, e qualcuno, in un momento di sconforto avrebbe
potuto anche mordere un fratello, una sorella, il figlio di qualcuno.
E’ così che sono nato, tra il sangue e il vino, quello
degli uomini confusi che in quella famosa alba ancora stramazzavano
per la notte funesta, un’altra battaglia persa, il delirio
di un amore fuggito, la frattura della mente ubriaca.
Il mattino delle donne dimenticate, delle donne violate, vendute.
E io il più magro, il più bianco, il più piccolo
dei nuovi poveri, restavo aggrappato al seno della donna che poi,
non so ancora se fosse mia madre o una puttana, forse quella puttana
di mia madre.
A questo potrei aggiungere che non ci vedevo. Stranamente sentivo
e non sentivo.
Curiosamente stringevo i pugni, roteavo le mani, mi allenavo per
le future guerriglie.
Mi avevano forse rapito? Io, il Re dei gitani, sono forse il figlio
di un nobile che ha pagato il prezzo della sua avidità?
Io, il fratellastro di una bimba troppo curiosa, difendo il colore
ombreggiato di una pelle che non è la mia? Si, si, si! Il
caro prete che tanto mi vorrebbe meno sporco, meno vivo, è
consapevole di avermi venduto per salvare la sua anima? E chi la
può salvare l’anima di un infedele?
C’è un cane disposto a farlo? C’è un soldato
disposto a seguirlo? C’è un artista disposto ad ascoltarlo?
Se c’e’, dovrà sfidare anche me.
Per questo, spesso mi fermo anche ad osservare il palazzo di una
bionda. Quale preda migliore per una tortura d’amore? Un fiore
da letto, un affronto diretto…
Così, come viene viene!
Già, ah, ah! Benvenuti tra noi, tra quelli che non sanno,
che non hanno, perché sono condannati a fare la parte di
chi perde.
E che si perde? Noi non perdiamo niente. Noi che non possiamo dire,
che non possiamo fare, diciamo e facciamo, diremo e faremo!
Non si è mai chiesto nessuno che c’è dentro
di noi? A parte i vermi della fame, è ovvio.
Lo dico io cosa c’è. Un cuore, che sebbene stanco e
arrabbiato pulsa tutta la sua poesia e non si ferma. Ha un ritmo,
come la musica, e non dimentica, come un bambino. Possiede sette
note, e ogni volta le spreca, tutte di un fiato fino a sentir di
svenire, senza risparmio.
Ci sono tanti modi per morire, e io ho scelto quello migliore.
Non fa tanto male, è come tornare a quel mattino freddo,
il più freddo e bianco del mondo, che poi ogni sera rinasce
e ricresce...
Clopin
|